
Studenti italiani che vanno all’estero e dall’estero pochi studenti che arrivano, spese per l’istruzione basse, pochi laureati, molti NEET. È questa la sintesi di ciò che emerso dal rapporto “Welfare Italia Forum 2025”, che si è tenuto ieri nelle Corsie Sistine di Santo Spirito in Sassia a Roma.
L’evento, che aveva come titolo “Capitale Umano: la nuova leva della competitività nazionale” è stato realizzato da Unipol Assicurazioni in collaborazione con il gruppo di lavoro Teha Group.
Il Rapporto 2025 focalizza l’attenzione sulla Strategia italiana per il Capitale Umano, evidenziando che la sostenibilità del welfare non dipende esclusivamente dalle risorse finanziarie, ma anche dalla capacità di sviluppare e valorizzare competenze, produttività e partecipazione sociale.
Si è partiti dal mercato del lavoro e l’inclusione. In Italia la disoccupazione giovanile si attesta al 19,3%. Quella femminile è pari al 57,4% ed è ancora al di sotto della media UE di oltre 13 punti percentuali (70,8%). La quota di giovani Neet rimane una delle più alte in tutta l’Unione Europea, mentre il sistema pensionistico si trova in uno stato di crescente instabilità.
Ma di davvero negativo c’è che il Paese sta perdendo un numero consistente di laureati: lo scorso anno sono stati oltre 49mila ad andarsene, con un incremento del 35% rispetto al 2023 e con un costo stimato di circa 6,9 miliardi di euro all’anno. E oltre a perdere giovani laureati, ne attraiamo pochi dall’estero.
Del resto non si ci poteva aspettare altro da un Paese che spende per l’istruzione il 3,9% del PIL. Una percentuale nettamente inferiore rispetto alla media dell’Eurozona che si attesta al 4,6. Inoltre, la spesa per studente è inferiore rispetto a quella di molti principali paesi europei. Questo porta a tutta una serie di conseguenze che purtroppo conosciamo e di cui vi abbiamo più volte parlato su SudLife: l’abbandono scolastico (9,8% tra i 18-24 anni, coinvolgendo oltre 400mila giovani) e una quota di laureati tra i 25 e i 34 anni ancora limitata (31,6% contro il 44,1% della media europea).
Insomma, senza risorse, che magari posso permettere alle scuole e alle Università di investire su innovazione, tecnologie all’avanguardia e personale qualificato, il nostro Paese è poco “appetibile” sia per gli stranieri, che non vengono a studiare da noi, che per i giovani italiani stessi. A tal proposito il Rapporto invita a rinnovare i metodi di insegnamento, anche attraverso l’uso di intelligenza artificiale e apprendimento digitale e a implementare valutazioni esterne sulla qualità. Inoltre consiglia di riqualificare le strutture scolastiche (estendendo gli orari di apertura e offrendo servizi alla comunità) e a migliorare l’orientamento nelle fasi di transizione. Parallelamente, si promuove l’apprendimento permanente e la certificazione delle competenze per meglio rispondere alle esigenze del mercato e favorire un allineamento tra profili formativi e bisogni occupazionali.
I governi italiani, consapevoli del problema della fuga di cervelli, hanno adottato diverse misure per incentivare il rientro dei talenti emigrati, tra cui l’ultima recente iniziativa, il decreto Legislativo n. 147/2025. Tuttavia, secondo il rapporto, queste politiche hanno portato a un aumento significativo dei flussi di ritorno, anche se ancora non sono sufficienti a colmare il divario con il numero di giovani italiani che continuano ad andarsene.
Dal 2015, si è assistito a una crescita costante dei laureati italiani che emigrano, nella fascia d’età 25-34 anni: nel 2023, circa 21.500 giovani hanno lasciato l’Italia, con un aumento di oltre il doppio rispetto al 2015. Parallelamente, il numero di rientri è aumentato, passando da circa 2.500 a circa 5.800 nello stesso periodo, con un tasso di crescita di circa 2,3 volte. Nonostante questa crescita, il saldo tra partenze e rientri rimane molto sbilanciato, poiché i rientri non sono ancora sufficienti a compensare le partenze.
L’immigrazione qualificata in Italia si attesta su livelli residuali rispetto ad altri paesi europei, rappresentando appena il 12,2% degli ingressi di immigrati. Inoltre, il tasso di occupazione di questi lavoratori altamente qualificati si ferma al 70,8%. Il report sottolinea come questa situazione indichi una scarsa valorizzazione delle competenze degli immigrati qualificati nel nostro paese, a differenza di quanto avviene in altre nazioni dove l’integrazione nel mondo del lavoro è più efficace.
Diversi paesi europei hanno adottato politiche e strumenti innovativi per attrarre professionisti stranieri qualificati, combinando incentivi fiscali, semplificazioni burocratiche e misure di incentivo alla residenza o all’imprenditorialità.










