
I cicloni danneggiano non solo edifici e strade ma anche le menti dei ragazzi. Ma la politica non sembra avere soluzioni.
Negli ultimi anni le chiusure scolastiche per allerte meteo sono decisamente aumentate, ma mai si era arrivati addirittura a 5 giorni di chiusura consecutivi, come capitato quest’anno in alcuni comuni colpiti dal ciclone Harry.
Ormai è una consuetudine che durante l’anno in Sicilia si registrino un paio di giorno di sospensione delle lezioni dopo i bollettini della protezione civile.
Ci stanno cominciando a fare purtroppo l’abitudine tutti, ragazzi e adulti. E la politica si limita a contenere, incapace di trovare soluzioni.
Sembra che i danni causati dal maltempo siano il prezzo normale da pagare per il progresso industriale e che sia più comodo fermare tutto piuttosto che fare interventi decisivi.
Le piogge non sono certo una novità: ci sono sempre state. Ma è vero che fino a vent’anni fa si andava a scuola ugualmente. Oggi i fenomeni meteorologici hanno cambiato natura: sono più intensi, più rapidi e soprattutto più imprevedibili. E il problema è che secondo gli esperti nei prossimi anni saranno anche più frequenti e intensi, per la cosiddetta “tropicalizzazione” del Mediterraneo.
Purtroppo le nostre città non sono pronte ad affrontare questa trasformazione e in assenza di procedure straordinarie, i sistemi urbani mostrano tutta la loro fragilità. La manutenzione ordinaria, già insufficiente, non può certo compensare i danni accumulati in decenni di urbanizzazione incontrollata, di gestione approssimativa dei versanti e di abbandono dei corsi d’acqua, oggi divenuti fattori di rischio collettivo.
E allora la domanda è inevitabile: che fare?
La risposta non è più rinviabile. Serve un vero piano nazionale di messa in sicurezza del territorio. Un piano che parta dalle piccole manutenzioni quotidiane ma che sappia anche guardare lontano, intervenendo in modo strutturale su versanti e bacini idrografici lasciati per troppo tempo al loro destino.
E serve un piano che poi metta in sicurezza le scuole, in alcune zone davvero strutturalmente fatiscenti.
Poi secondo noi serve una soluzione a lungo termine per evitare che i ragazzi siano penalizzati dal punto di vista della formazione a causa delle frequenti chiusure.
Da anni si parla di una rimodulazione del calendario scolastico, con un prolungamento dei giorni di lezione fino a fine giugno-inizi luglio, in modo da permettere ai ragazzi di recuperare eventuali giorni persi. Ma questa soluzione non sembra essere la migliore, poiché i mesi estivi da noi sono troppo caldi e stare in classi che non hanno nemmeno i condizionatori per 5-6 ore al giorno non piace né agli studenti né ai docenti.
Una via che noi di Sudlife proponiamo è la Dad occasionale. Demonizzata da molti e completamente abbandonata dal governo dopo la pandemia potrebbe rappresentare una soluzione di ripiego (non la migliore s’intende) ma pur sempre utile.
Perché in caso di allerta meteo di due o tre giorni, i ragazzi chiusi a casa cosa fanno?
Nella migliore delle ipotesi studiano in autonomia o fanno lavori di casa, nella peggiore (e più probabile) passano il tempo davanti videogiochi, tv e cellulare.
La scuola in presenza è senza dubbio più inclusiva, didatticamente più funzionale e permette di fare attività meno statiche e diverse. Ma se non si può andare a scuola a causa del maltempo, che c’è di male a fare qualche giorno di lezione da remoto? Con tutti i limiti che ne consegue, sempre meglio di niente.
A tal proposito un recente studio realizzato da GoStudent, la piattaforma che vende attività tutoring e ripetizioni online, ha messo in evidenza il fatto che ai ragazzi oggi non dispiacerebbe affatto fare qualche ora di lezione online. Anzi, secondo il report l’84% degli studenti di età compresa tra 6 e 18 anni dichiara che si sentirebbe più sicuro e meno impacciato durante le lezioni online rispetto a quelle in presenza.
Attivare una lezione in Dad è più facile di quanto si pensi. Basta creare l’aula virtuale ad inizio anno e comunicare delle lezioni online anche il giorno prima. I ragazzi oggi sanno barcamenarsi bene sul web, non c’è bisogno di fare chissà quali riunioni di formazione per spiegare cosa fare. Servono solo una buona connessione e un pc dotato di videocamera, che già alle scuole sono state dati al tempo della pandemia. E serve anche buona volontà ad usare il mezzo da parte degli insegnanti. Noi pensiamo, nel nostro piccolo, che questa sia un’opzione da tenere in considerazione.










