
Oggi è domenica, si va a Messa...o forse no.
Negli ultimi decenni, si è osservato un progressivo calo della partecipazione dei giovani alle funzioni religiose. Non capita di rado di entrare nelle chiese e di trovare solo turisti che fotografano e ne ammirano l’architettura, senza nessuno che prega, oppure assistere a celebrazioni eucaristiche in cui sono presenti solamente adulti e anziani.
La scarsità di presenze alla Messa domenicale, dopo aver ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, rappresenta spesso il primo segnale di un progressivo distacco che, nel tempo, si trasforma in un allontanamento definitivo.
Ma a parte la Messa, in generale c’è anche la scarsa presenza di gruppi parrocchiali in cui si parla di fede, di religione, di Dio. Pochissimi sono quelli che desiderano intraprendere un percorso sacerdotale. Del resto la società moderna ha adottato valori più individualisti e laici, ponendo meno enfasi sulle pratiche religiose tradizionali.
Ci chiediamo allora: cosa sta succedendo nella mente dei nostri ragazzi? si stanno allontanando da Dio, o stanno mantenendo la loro spiritualità ma si stanno allontanando dalla Chiesa? Oppure ci sono ragioni di altra natura?
Per rispondere a queste domande noi di SudLife abbiamo raccolto i pensieri proprio dei diretti interessati. Partiamo dicendo che nonostante nelle scuole ci sia ancora l’ora di religione cattolica, i giovani di oggi spesso cercano di definire la propria identità attraverso esperienze personali e scelte autonome, piuttosto che seguire modelli imposti dallo Stato. In questo un ruolo importante giocano le famiglie e internet.
In molte famiglie italiane infatti la religione ha perso il suo ruolo centrale, sostituita da altre forme di spiritualità o semplicemente da una visione del mondo più secolarizzata. Di conseguenza, i ragazzi crescono senza un forte coinvolgimento religioso, riducendo la frequenza alle funzioni ecclesiali.
L’esposizione a media e social network permette ai giovani di fare la conoscenza di altre religioni, di scoprire diverse visioni del mondo, spesso lontane dai valori religiosi tradizionali. Questo può portare a una maggiore tolleranza o indifferenza verso la religione d’origine.
Poi c’è la questione dell’arretratezza della Chiesa, che non si è evoluta riguardo a questioni per i giovani molto importanti, come il riconoscimento di alcuni diritti civili. La mancanza di un dialogo aperto e di un confronto sulle tematiche attuali può ridurre il senso di appartenenza e di rilevanza della fede.
Un’altra considerazione da fare riguardo il rito in sé. Molti giovani considerano la Messa antiquata, poco “appetibile” e noiosa, ma anche poco aderente alle esigenze e alle sensibilità contemporanee.
Dal giornale Avvenire, molto vicino alla Chiesa, leggiamo la considerazione personale di un 22enne, che ricorda di quando partecipava alla celebrazione eucaristica: «Mi annoiava, ricordo che a volte smettevo anche di ascoltare perché mi sembrava tutto inutile. La noia si accompagnava a un senso di obbligo, perché mia madre e mio padre mi dicevano “Devi andare, è domenica. È brutto se non ci vai, perché ci vanno tutti”. Oppure, c’era il senso di imposizione legato all’ambiente, che tendeva a giudicare, soprattutto in contesti dove la pressione sociale è ancora forte».
Insomma per alcuni giovani, la messa rappresenta un obbligo legato a un precetto: per ricevere la prima comunione, bisogna dimostrare di aver capito il valore della Messa e di averne fatto esperienza.
In questo sono difficili da dimenticare alcuni errori educativi, come la pratica di una sorta di “controllo a punti” sulle presenze ai momenti liturgici durante il cammino catechistico: un metodo che, con il tempo, diventa fonte di frustrazione o di ironia.
Sempre da Avvenire ci arriva anche la storia di una giovane di 30 anni, di nome Chiara, educatrice professionale e animatrice parrocchiale, che racconta la sua esperienza con la liturgia e quella dei suoi coetanei, evidenziando innanzitutto come oggi i giovani siano abituati a muoversi tra molteplici luoghi. La loro fluidità negli spostamenti indebolisce il legame con la parrocchia e il loro sguardo aperto al mondo rende difficile sentirsi legati a un singolo luogo, poiché tutto il pianeta diventa uno spazio da esplorare e vivere.
Con questa premessa, la giovane riflette sul proprio rapporto con la liturgia: «Da bambini partecipavamo alle funzioni perché qualcuno ci accompagnava, perché rappresentavano un’occasione di condivisione con i coetanei. Arrivato un momento, però, abbiamo dovuto decidere di partecipare in modo autonomo e libero. Successivamente, si è aperta una fase difficile da definire: sembra infatti che non sia più necessario partecipare alla liturgia per sentirsi parte della Chiesa. Mi chiedo perché, per un giovane, la liturgia finisca spesso in fondo alla lista delle priorità. Quanto il linguaggio riesce a coinvolgere chi partecipa? Nella teoria tutto appare chiaro, ma poi, quando ci si ritrova, spesso le parole si perdono, risultano inefficaci. Forse perché manca la giusta attenzione, forse perché sembra qualcosa di troppo distante dalla vita quotidiana, o anche perché, a livello comunicativo, qualcosa non funziona. O forse tutte queste ragioni insieme».
Proprio sul linguaggio utilizzato vale la pena soffermarsi. Il lessico della liturgia, a tratti molto ricco di cultura antica, può contribuire a rendere un rito poco comprensibile ai giovani. E anche quando si arriva al linguaggio di tutti i giorni, più semplice, come nel caso dell’Omelia, le cose non migliorano. Quando agli intervistati si chiede di valutare da 1 a 5 la qualità delle “prediche” del prete, la media si ferma a 2,6. Le principali obiezioni riguardano la lunghezza, l’assenza di collegamenti con la vita quotidiana e i problemi reali delle persone. Alcuni lamentano anche che possono risultare irritanti quando, attraverso allusioni, si colpiscono persone o situazioni specifiche: in un piccolo contesto comunitario, infatti, è facile cogliere riferimenti impliciti che possono suscitare disagio o offesa. È importante rendersi conto di quanto si possa allontanare il pubblico e interrompere il dialogo con le persone.
Insomma ciò che emerge è che il modo in cui i giovani raccontano la propria esperienza religiosa o spirituale è molto diverso dai linguaggi astratti delle comunità cristiane, delle omelie e delle catechesi. Essi attingono alle esperienze di vita quotidiana, esprimendo con immediatezza e senza eccessive elaborazioni il significato profondo delle proprie sensazioni. Non esistono ricette univoche per rinnovare il senso della fede tra i giovani, ma la percezione del valore della liturgia dipende molto da come si vive l’intera esperienza religiosa. La liturgia, infatti, non rappresenta semplicemente un aspetto esteriore della fede, ma la sua dimensione più elevata. Per comprenderla appieno, occorre aver sviluppato un rapporto personale e autentico. Su questo il nuovo Papa e tutta la Chiesa hanno davvero molto da lavorare.











