
Il decreto del MUR del 2024 impone il ritorno agli esami in presenza. Molti sono favorevoli, chi è contrario parla di ostacolo all'inclusione.
Per anni abbiamo visto esami sostenuti dal tavolo della cucina e lauree celebrate davanti alla libreria di casa. L’emergenza pandemica aveva trasformato l’università in un’esperienza domestica, digitale, apparentemente più flessibile. Ora però la stagione dell’eccezione è finita. E il ritorno alla regola ha un nome preciso: esami in presenza.
Con un decreto emanato poco più di un anno fa, il Ministero dell’Università e della Ricerca ha stabilito che le “prove di profitto” e le “verifiche finali” delle università telematiche debbano svolgersi esclusivamente in aula, salvo casi circoscritti.
Una scelta che non è solo organizzativa, ma simbolica: riaffermare che il momento dell’esame è il cuore dell’esperienza accademica, e che su quel terreno non possono esistere corsie preferenziali.
La misura riguarda un comparto che oggi conta oltre 300mila iscritti su circa 2 milioni di universitari complessivi. Non una nicchia, dunque, ma una fetta rilevante del sistema. E proprio per questo il provvedimento ha acceso un confronto acceso tra chi invoca equità e chi teme una compressione del diritto allo studio.
Eppure, se si guarda all’umore generale degli studenti, il quadro è meno divisivo di quanto si potrebbe immaginare.
Un sondaggio del portale Skuola.net, condotto su mille universitari, restituisce un dato netto: il 65% è favorevole all’obbligo degli esami in presenza. Solo il 35% difende la modalità online come diritto acquisito o necessità imprescindibile.
Un risultato che racconta qualcosa di più profondo di una semplice preferenza logistica. Per molti studenti, il valore della laurea passa anche dalla fatica concreta dell’aula: l’attesa fuori dalla porta, il confronto diretto con il docente, l’assenza di filtri digitali. Il “pezzo di carta”, per essere tale, deve essere conquistato senza scorciatoie percepite.
Non sorprende allora che, nei commenti raccolti sui social, emerga con forza il tema della parità di trattamento. Chi frequenta un ateneo tradizionale rivendica sacrifici fatti di treni, trasferte, tensione in presenza. L’idea che altrove si possa sostenere un esame dal salotto di casa alimenta la percezione — giusta o sbagliata che sia — di un doppio standard. E quando si parla di titoli di studio, la percezione pesa quanto la realtà.
La decisione del ministro Anna Maria Bernini, formalizzata nel Decreto Ministeriale n. 1835 del 6 dicembre 2024, si muove proprio in questa direzione: equiparare telematiche e atenei tradizionali almeno nel momento decisivo della verifica. Uniformare le regole per rafforzare la credibilità del sistema.
Sul fronte opposto, però, la protesta non manca.
Le rappresentanze studentesche di Università Mercatorum, Università Telematica Pegaso e Università San Raffaele Roma — atenei del gruppo Multiversity — hanno scritto al Ministro e al presidente dell’Anvur, Antonio Felice Uricchio, sostenendo che l’innovazione digitale non sia una scorciatoia, ma uno strumento di inclusione. L’online, ricordano, è spesso l’unica possibilità concreta per lavoratori, caregiver, studenti fuori sede.
Ed è qui che il dibattito si fa più complesso. Perché dietro la parola “telematiche” non ci sono solo ragazzi in pigiama, ma adulti con turni di lavoro, genitori, persone che hanno scelto un percorso formativo compatibile con la propria vita. Per loro, l’obbligo di presenza non è un fastidio: può diventare un ostacolo reale, persino un fattore di abbandono.
La domanda, allora, non è semplicemente se l’esame online sia più facile o più difficile. È se il sistema universitario debba privilegiare l’uniformità assoluta o trovare un equilibrio tra rigore e accessibilità. La maggioranza degli studenti sembra aver scelto la prima opzione, almeno per ora. Ma il nodo resta aperto: come garantire pari valore ai titoli senza restringere l’accesso a chi nell’università vede una seconda occasione?
In gioco non c’è solo una modalità d’esame. C’è l’idea stessa di che cosa debba essere l’università nel dopo-pandemia: un’istituzione che torna rigidamente sui propri passi o un sistema capace di integrare innovazione e credibilità. La risposta, probabilmente, non potrà essere né tutta in aula né tutta online. Ma ignorare la tensione tra questi due poli significherebbe non capire la trasformazione in atto.











