
A scuola vanno meglio, all’università primeggiano, ma quando varcano la soglia del mercato del lavoro faticano ad emergere: è il caso delle donne, che secondo quanto emerso dal Rapporto di genere AlmaLaurea 2026, nel lungo periodo sono più svantaggiate rispetto agli uomini.
Il report è stato presentato all’Università di Modena e Reggio Emilia lo scorso 11 Febbraio, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.
Secondo i dati, nonostante in moltissimi casi siano più preparate, attente e precise rispetto all’altro sesso, le donne guadagnano meno, faticano di più a trovare un’occupazione stabile e, in molti casi, pagano un prezzo più alto alla maternità. Un paradosso che racconta molto dello stato di salute (non esattamente brillante) del sistema professionale italiano.
Ma partiamo dall’inizio e dai titoli di studio: le donne sono la maggioranza tra i laureati, un primato che nasce già sui banchi delle superiori.
Si diplomano infatti con voti mediamente più alti dei coetanei (85,2 contro 82,6 su 100). Anche all’università confermano il vantaggio: più spesso in corso, con votazioni finali superiori (104,5 su 110 contro 102,6).
Eppure, man mano che si sale nei livelli di istruzione, la loro presenza si assottiglia: se rappresentano il 69,4% nei corsi magistrali a ciclo unico, scendono al 49,7% tra i dottori di ricerca. Come se, ai vertici della formazione, la strada diventasse progressivamente più stretta.
C’è poi un altro dato che merita attenzione: le laureate provengono meno frequentemente da famiglie con elevato capitale culturale o socio-economico rispetto agli uomini. Significa che, per molte di loro, l’università è ancora uno strumento di mobilità sociale, un ascensore che – seppur a fatica – riesce a rimettersi in moto. Un segnale incoraggiante, che tuttavia si scontra con una realtà occupazionale meno favorevole.
A un anno dal titolo, il tasso di occupazione premia gli uomini: il divario è di 3,3 punti percentuali tra i laureati triennali e di 5,2 tra i magistrali. Col passare del tempo le distanze si riducono, ma non si annullano. A cinque anni dalla laurea, tra i magistrali, lavorano l’88,2% delle donne contro il 91,9% degli uomini. E quando entrano in gioco i figli, il solco si allarga ulteriormente, confermando che la conciliazione resta un problema strutturale e non una questione privata.
Ancora più eloquente è il dato sulle retribuzioni: cinque anni dopo la laurea, gli uomini percepiscono in media circa il 15% in più. Tra i triennali si parla di 1.935 euro contro 1.686; tra i magistrali di 2.012 contro 1.722. Neppure l’esperienza all’estero azzera il gap: fuori dall’Italia, le laureate magistrali guadagnano mediamente 2.579 euro, mentre i colleghi arrivano a 2.993. Non è solo una questione di settori, ma di accesso alle posizioni più qualificate e meglio retribuite, dove la presenza maschile resta dominante, anche nel pubblico impiego.
Il nodo, in parte, sta nelle scelte formative, ancora fortemente segnate da stereotipi. Le discipline Stem – tradizionalmente più redditizie e con migliori prospettive occupazionali – vedono una presenza femminile ferma al 41,1% tra i laureati 2024, una quota immobile da un decennio. Tra i dottori di ricerca Stem le donne scendono al 36,7%, unica area in cui non superano il 50%. All’opposto, nei corsi di Educazione e formazione la componente femminile supera il 95%. Una polarizzazione che non può essere liquidata come frutto di inclinazioni individuali: riflette condizionamenti culturali profondi, che orientano aspettative e percorsi ben prima dell’iscrizione all’università.
E anche quando scelgono le Stem, le differenze non scompaiono. A cinque anni dal titolo, tra i laureati magistrali del 2019 il tasso di occupazione resta elevato per entrambi, ma con un vantaggio maschile di 3,7 punti. Le retribuzioni sono più alte rispetto alla media generale, ma il divario persiste: 1.842 euro per le donne contro 2.125 per gli uomini, un gap del 15,4%.
Non mancano, tuttavia, segnali in controtendenza. Le laureate Stem svolgono più frequentemente attività autonoma rispetto ai colleghi e dichiarano con maggiore convinzione che la laurea sia stata efficace per il proprio percorso professionale. Un dato che racconta ambizione e fiducia, non certo rassegnazione.
Eppure il quadro complessivo resta quello di una disparità strutturale. Il presidente di AlmaLaurea parla apertamente di una realtà discriminatoria tanto nota quanto indecorosa, che chiama in causa politica, università e imprese. La direttrice Marina Timoteo sottolinea un aspetto ancora più inquietante: il divario è talmente radicato che le donne si dichiarano più disponibili ad accettare lavori meno pagati. È forse questo il segnale più allarmante. Non solo perché certifica una disuguaglianza persistente, ma perché rischia di trasformarla in normalità. E quando una disparità diventa consuetudine, non è più solo un problema economico: è una questione culturale che riguarda l’intero Paese.










