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Lavoro e speranze oltre confine: le storie di ragazzi che continuiamo a perdere

2026-02-05 06:00

Valerio Saitta

Apertura, attualità,

Lavoro e speranze oltre confine: le storie di ragazzi che continuiamo a perdere

Ci arrivano ancora una volta storie giovani che lasciano la Sicilia e l’Italia per andare a cercare maggior fortuna all’estero.

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Ci arrivano ancora una volta storie giovani che lasciano la Sicilia e l’Italia per andare a cercare maggior fortuna all’estero. Ci preme raccontarle non tanto per voler fare semplice polemica e criticare le istituzioni, ma per cercare di far aprire sempre di più gli occhi ai governi su una realtà che sta rischiando di farci crollare demograficamente: la fuga dei giovani. Ormai le città italiane stanno diventando piene di anziani e di immigrati, con effetti negativi sia dal punto di vista economico che della sicurezza.

Una regione e un Paese come il nostro non garantiscono più un futuro per le nuove generazioni e chi va via non si pente della scelta. Gabriele Amante, un ragazzo di soli 24 anni, ha deciso di lasciare Sarzana (in provincia di La Spezia) per cercare un impiego in linea con il proprio percorso di studi e le competenze acquisite. A Vienna ha trovato lavoro come 3D artist nel settore dei videogiochi e ha un contratto a tempo indeterminato

 

Dopo aver conseguito la laurea nel 2023 allo Ied di Milano, nel corso di Cg Animation, ha cercato di inserirsi nel mercato del lavoro italiano: «Ero alla ricerca di offerte coerenti con i miei studi – racconta – ma quelle che mi venivano proposte non erano all’altezza». 
Numerosi colloqui, ma risultati sempre simili: stage retribuiti 500 euro al mese, spesso privi di reali prospettive, oppure percorsi lunghi da stagista seguiti dalla richiesta di aprire la partita Iva. «Sono d’accordo con un periodo iniziale di prova – sottolinea – ma non oltre un anno. Le condizioni che mi venivano proposte non erano accettabili».

Rientrato a casa deluso, Gabriele ha dedicato diversi mesi alla realizzazione del suo portfolio, fondamentale per chi opera nel settore creativo. In questo periodo ha sviluppato un progetto personale: un personaggio per un videogioco, realizzato in circa tre mesi. Ha poi deciso di pubblicarlo sui social, dove il lavoro ha ottenuto grande visibilità e ha attirato l’interesse di professionisti del settore.


Grazie a questo progetto, Gabriele ha inviato la propria candidatura a Rabcat, importante azienda di videogiochi con sede in Austria. «Mi hanno chiamato il giorno dopo – racconta - In poche settimane la mia vita è cambiata: organizzazione del trasferimento e, a marzo 2024, l’inizio dell’esperienza in Austria. Qui sto molto bene, faccio il lavoro per cui ho studiato. Dal punto di vista professionale non potrei desiderare di più».

Il trasferimento non è stato privo di difficoltà e l’inizio non è stato semplice. Un ritorno nel suo Paese non è escluso, ma solo per ragioni affettive: «Se mai tornassi in Italia sarebbe esclusivamente per la famiglia e gli affetti», racconta. Dal punto di vista lavorativo, invece, la sua idea è netta: anche in caso di rientro continuerebbe a collaborare con realtà estere. «Non voglio lavorare per aziende italiane – ha dichiarato – non per mancanza di volontà, ma perché non accetto condizioni che non ritengo giuste per me e che, in generale, nessuno dovrebbe accettare».

Un’altra storia è invece tutta siciliana e ci arriva dal cuore della nostra isola, ovvero Valguarnera Caropepe, in provincia di Enna. Diversi giovani di questo piccolo comune si sono infatti trasferiti dall’altra parte del mondo: in Australia. Si tratta prevalentemente di under 30, diplomati o laureati, ormai scoraggiati dall’attesa di un lavoro che sul territorio continua a mancare.


Uno di questi è Alessandro Battiato, 29 anni, laureato in Economia alla Sapienza di Roma, con una tesi in filosofia che oggi spera di valorizzare proseguendo gli studi con un dottorato in un ateneo australiano. Vive a Sydney da più di un anno e afferma che, anche davanti a un’eventuale proposta di lavoro nella sua città d’origine, non prenderebbe in considerazione il ritorno.
“In Australia – racconta - la qualità della vita è alta e le retribuzioni sono adeguate: lavorando in due ostelli riesce a guadagnare oltre 2.500 euro al mese. L’unico vero sacrificio resta la lontananza dalla madre. Prima di partire avevo affrontato numerosi colloqui in Italia, ma tra sopravvivere a Roma con 800 euro e vivere a Sydney con uno stipendio dignitoso, oggi la scelta gli appare scontata”.

La maggior parte delle partenze avviene attraverso visti temporanei, solitamente validi un anno, noti come working holiday, con l’idea di trasformare un’esperienza inizialmente limitata nel tempo in una reale opportunità di stabilità professionale. La durata del soggiorno australiano dipende dal tipo di visto: si va dai tre mesi previsti per quello turistico fino ai dodici mesi del visto lavorativo, spesso rinnovabile. Esistono anche possibilità di accesso alla residenza permanente, ma richiedono competenze professionali specifiche, titoli adeguati e procedure lunghe e complesse. Fondamentali restano una buona padronanza dell’inglese e il rispetto scrupoloso delle norme, pena l’espulsione dal Paese.

Come lui, anche ex compagni di scuola e amici hanno fatto la stessa scelta: Gaia Scalisi, Angela La Cagnina e Francesco Miraglia si sono stabiliti a Sydney, mentre Luciano Russo vive a Brisbane. Alessandro evidenzia come molti giovani di Valguarnera vedano nell’Australia un’opportunità concreta per costruire il proprio futuro, convinti che impegno, rispetto delle regole e disponibilità al lavoro possano davvero aprire nuove strade.

Il prezzo da pagare, però, è alto soprattutto per le famiglie. Toni Miraglia, padre di Francesco e responsabile di un patronato a Valguarnera, racconta con amarezza la partenza dell’unico figlio: lo appoggia nella sua decisione, ma ammette che l’Australia è lontana, quasi un altro continente. Secondo il padre alla radice di questo fenomeno c’è anche la mancanza di una progettualità chiara per lo sviluppo del territorio. Valguarnera non dispone di una vera area artigianale né di strategie strutturate per favorire la nascita di nuove attività produttive. Un vuoto che, conclude, finisce per entrare in conflitto con le ambizioni dei giovani e li spinge a cercare altrove le opportunità che il loro paese non è più in grado di offrire.

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