
Il punto non è mettere un tetto del 30% per gli stranieri. Il punto è capire che cosa intendiamo davvero quando parliamo di inclusione.
Perché se la presenza di studenti che parlano lingue diverse viene considerata un possibile ostacolo all'inclusione, la domanda viene quasi spontanea: perché lo stesso ragionamento non dovrebbe valere per tutte le altre differenze che convivono ogni giorno dentro una classe?
Una classe non è mai un insieme di persone uguali. Non lo è mai stata e, probabilmente, non dovrebbe esserlo.
E queste diversità fanno male ai ragazzi?
Quando mai questo ha creato disagio?
In una classe le differenze sono infinite
In una stessa aula possono esserci studenti con disabilità e studenti senza disabilità, ragazzi con difficoltà di apprendimento e altri con risultati eccellenti, adolescenti provenienti da famiglie economicamente fragili e compagni cresciuti in condizioni molto più favorevoli.
Ci sono ragazzi con una preparazione scolastica solida e altri che arrivano da percorsi più complicati. Ci sono studenti introversi ed estroversi, ragazzi con esperienze completamente differenti, persone con culture, sensibilità e convinzioni religiose diverse.
In linea teorica tutte queste differenze possono creare difficoltà.
Ma nessuno si sognerebbe di sostenere che la soluzione sia evitare che questi studenti stiano insieme.
Anzi, proprio nella convivenza tra differenze dovrebbe esserci una parte fondamentale dell'educazione.
Se separiamo per facilitare l'inclusione, dove ci fermiamo?
È qui che emerge il paradosso.
Se il principio è che una concentrazione elevata di una determinata caratteristica può rendere più difficile il lavoro della classe, allora il criterio potrebbe essere applicato praticamente a tutto.
Perché non creare classi con una percentuale massima di studenti con difficoltà di apprendimento?
Perché non distribuire gli studenti con disabilità in modo matematicamente uniforme?
Perché non evitare che in una stessa classe ci siano troppi ragazzi provenienti da situazioni familiari problematiche?
E, seguendo fino in fondo questo ragionamento, perché non dividere gli studenti anche in base ai risultati scolastici?
A quel punto avremmo le cosiddette classi livellate, di cui si parla da tantissimi anni, ovvero quelle composte da studenti molto preparati, classi con studenti medi e classi con gli studenti che hanno maggiori difficoltà.
Non sarebbe più una scuola che mette insieme persone diverse per educarle alla convivenza. Sarebbe una scuola che organizza la diversità separandola per renderla più facilmente gestibile.
La scuola delle differenze o la scuola degli uguali?
Le classi livellate potrebbero sembrare, almeno sulla carta, una soluzione efficiente: studenti con livelli simili insieme, programmi più omogenei, ritmi più facilmente calibrabili.
Ma una scuola non è soltanto un luogo nel quale trasferire conoscenze.
È anche il luogo nel quale un ragazzo incontra chi non gli assomiglia.
Incontra il compagno che parla un'altra lingua. Quello che ha una disabilità. Quello che arriva da una famiglia molto più povera o molto più ricca. Quello che apprende più velocemente. Quello che ha bisogno di più tempo. Quello che ha una cultura familiare diversa dalla propria.
È dentro questa complessità che si impara anche a stare nella società.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto sia difficile gestire una classe eterogenea. Dovremmo chiederci anche che cosa perdiamo quando quella complessità viene sistematicamente ridotta.
E il disagio religioso? Dove fissiamo il limite?
Lo stesso ragionamento può essere applicato al tema dell'abbigliamento e della religione.
Il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto può essere motivato da esigenze di riconoscibilità e sicurezza.
Ma se introduciamo nel discorso anche il concetto più generale di "disagio culturale", il terreno diventa molto più scivoloso.
Una studentessa che proviene da una famiglia molto religiosa potrebbe sentirsi a disagio davanti a compagne che indossano abiti che, secondo i suoi riferimenti culturali, sono considerati troppo scoperti.
Dovremmo quindi chiedere anche a quelle compagne di vestirsi diversamente?
E se qualcuno si sentisse a disagio davanti a un simbolo religioso? Dovremmo eliminarlo?
Se uno studente si sente a disagio perché un compagno parla una lingua diversa durante l'intervallo, dovremmo impedirglielo?
Ovviamente no.
Perché una scuola pluralista non può avere come obiettivo l'eliminazione di ogni possibile disagio.
Deve invece insegnare a distinguere tra ciò che è incompatibile con le regole comuni e ciò che, semplicemente, è diverso da noi.
Il vero problema non dovrebbe essere la differenza, ma l'incapacità di gestirla
Questo non significa negare che esistano problemi concreti nelle classi multiculturali.
Se molti studenti non possiedono una sufficiente conoscenza dell'italiano, il lavoro degli insegnanti può diventare più complesso.
L'apprendimento può rallentare e possono emergere difficoltà di comunicazione.
Ma proprio qui dovrebbe concentrarsi la domanda: stiamo cercando di risolvere il problema della diversità o quello della mancanza di strumenti per gestirla?
Perché sono due cose molto diverse. Nel primo caso si distribuiscono le persone, nel secondo si rafforza la scuola.
Più insegnanti, più mediatori linguistici, percorsi di italiano, sostegno alle famiglie, formazione dei docenti, strumenti didattici adeguati.
La vera inclusione non consiste nel fare in modo che le differenze non si vedano. Consiste nel mettere la scuola nelle condizioni di gestirle senza trasformarle automaticamente in un problema.











