
L'Italia a volte è proprio strana…
Qualche giorno fa proprio mentre arrivava la notizia che un ragazzo congolese ha fermato il 14enne della scuola “Verga” di Centocelle che ha accoltellato la professoressa Isabella Marsilio, a pochi km di distanza, sempre a Roma e precisamente in Viale di Trastevere 76, dal Palazzo del Ministero dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara si esprimeva in merito ad un possibile tetto del numero di stranieri per classe negli istituti italiani.
Insomma, soprattutto per il tempismo sembra un controsenso, una barzelletta tutta all'italiana, ma non lo è…
La parola chiave per il Ministro: l'integrazione
Spesso sentiamo parlare di questa parola: integrazione.
Si dice che ce ne vuole di più, che non facciamo abbastanza, che non tutti sono capaci di farla.
Ma cos'è precisamente?
Per il dizionario italiano l'integrazione è semplicemente il processo attraverso il quale elementi singoli, parti mancanti o soggetti diversi vengono uniti o inseriti all'interno di un sistema più ampio per renderlo completo, funzionale o armonioso.
Per i politici invece è semplicemente il pretesto per un dibattito.
E il dibattitto si spinge fino ai più piccoli, perché secondo il Ministro avere classe con troppi studenti stranieri sfavorisce questo processo.
E il motivo è dovuto alla lingua: senza una buona conoscenza dell'italiano, sostiene Valditara, diventa più difficile ottenere risultati scolastici e costruire rapporti solidi con gli altri.
La soluzione “geniale” del Governo: “equilibrare” la classi
Contemporaneamente a queste affermazioni il Governo ha annunciato un intervento sul numero massimo di studenti stranieri presenti nelle singole classi.
Una misura che si inserisce in una disciplina che, in realtà, esiste già dal 2010: la cosiddetta Circolare Gelmini prevede infatti che gli alunni con cittadinanza non italiana non superino, in linea generale, il 30% degli iscritti per classe.
Ma dice anche che i dirigenti scolastici hanno la possibilità di applicare deroghe in presenza di determinate condizioni, per esempio quando gli studenti possiedono una buona competenza linguistica o sono nati in Italia.
Gli alunni stranieri sono circa l'11% della popolazione scolastica
Detta così sembrerebbe una soluzione di buon senso e non intacca nulla di quanto già esistente.
Ma se non guardiamo i numeri, fare un'analisi precisa non è possibile. E quindi noi li guardiamo, come sempre.
E i numeri ci dicono che gli ultimi dati ufficiali (relativi all'anno scolastico 2022/2023), fotografano una presenza di stranieri nelle nostre scuole significativa, ma tutt'altro che maggioritaria: 914.860 alunni con cittadinanza non italiana, pari all'11,2% dell'intera popolazione scolastica.
Il dato complessivo, però, rischia di essere fuorviante se non si guarda a chi sono questi studenti. Quasi due alunni stranieri su tre sono nati in Italia: si tratta di 598.745 studenti, il 65,4% del totale.
Sono dunque seconde generazioni, bambini e ragazzi cresciuti e scolarizzati nel nostro Paese, per i quali la questione della lingua italiana non può essere automaticamente sovrapposta a quella dell'origine familiare.
Ma la cittadinanza si misura solo con la conoscenza della lingua italiana?
Questo elemento cambia significativamente la fotografia del fenomeno.
Considerando tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, le classi che nel 2022/23 superavano la soglia del 30% erano il 7,6% del totale nazionale.
La percentuale saliva al 12,4% nella scuola primaria, scendeva al 7% nella scuola media e arrivava appena al 3,5% nelle superiori.
Ma se si prendono in considerazione esclusivamente gli studenti stranieri nati all'estero, quindi quelli che possono avere maggiori necessità di un primo supporto linguistico, la percentuale cambia radicalmente: le classi oltre il 30% scendono complessivamente allo 0,6%.
Nella primaria si passa dal 12,4% allo 0,6%, nella scuola media dal 7% allo 0,2% e nelle superiori dal 3,5% allo 0,8%.
Qui sta uno dei punti più delicati del dibattito. La cittadinanza non misura la conoscenza della lingua italiana. Un ragazzo nato a Milano, Palermo o Torino da genitori stranieri può avere la stessa familiarità con l'italiano di un compagno i cui genitori sono italiani.
Eppure il criterio del 30% continua a essere costruito proprio sulla cittadinanza.
Gli alunni italiani restano in maggioranza
Alla luce di questi dati possiamo quindi tranquillamente constatare che gli studenti italiani restano la maggioranza nelle classi, anche se la situazione non è uguale in tutta Italia.
Oltre il 63,8% degli studenti con cittadinanza non italiana frequenta scuole del Nord, mentre il 23,3% si trova nel Centro e appena l'11,5% nel Mezzogiorno e nelle Isole.
In particolare in Lombardia il 16,8% delle classi supera il limite del 30%, in Emilia-Romagna il 15,6%, in Liguria il 13,9%, in Piemonte l'11,2% e in Veneto il 10,5%.
Nel Mezzogiorno, invece, il fenomeno appare molto più contenuto. Nella nostra Sicilia, per esempio, la quota di classi oltre il 30% è indicata all'1,5%. Puglia e Sardegna sono allo 0,4%, la Campania allo 0,6% e la Basilicata all'1,1%.
Insomma, forse al momento si sta un po' esagerando e non c'è motivo di mettere un limite: non c'è affatto un'invasione di alunni stranieri nelle nostre classi.
Per evitare la scuola ghetto bisogna quindi “spostare” gli alunni da una classe o da una scuola all'altra?
Il Presidente Mattarella parla di una scuola chiamata a «non formare ghetti» e a creare legami e coesione sociale.
Il Governo parla di distribuzione equilibrata e di lingua italiana.
Ma proprio per evitare i ghetti bisogna chiedersi se spostare gli studenti da una classe all'altra o da una scuola all'altra sia sufficiente.
La sfida secondo noi non è scegliere tra «porte aperte» e «tetto agli stranieri». È capire come costruire integrazione senza trasformare una caratteristica anagrafica in un indicatore automatico di difficoltà.
I numeri aggiungono un elemento che non può essere ignorato: la scuola italiana è già molto più integrata e molto più complessa di quanto possa suggerire lo slogan del tetto del 30%.
Ed è proprio per questo che la discussione merita qualcosa in più di una percentuale: merita di distinguere tra chi è appena arrivato, chi è nato qui, chi ha difficoltà linguistiche e chi semplicemente possiede una cittadinanza diversa da quella italiana.
Altrimenti il rischio è quello di voler combattere il «ghetto» con una regola che, prima ancora di guardare agli studenti, guarda al loro passaporto.











