
Da Roma e Gela, passando per il napoletano. Gli episodi avvenuti tra venerdì e sabato nelle scuole italiane segnano un inizio dell'anno scolastico tra i più difficili degli ultimi anni.
Ci riferiamo all'accoltellamento della Prof. Marsilio della scuola Verga di Centocelle, del ragazzo che aveva nello zaino un coltello di 18 cm a Terzigno e del rogo della scuola Capuana di Gela.
I fatti sono gravi e lasciano di sasso: primo perché l'età dei ragazzi è davvero bassa (tra i 10 e i 14 anni) e poi perché non si riesce a spiegare il perché di tale gesti.
Nonostante si provi a ragionare e si ci scervelli, non si capisce come si possa arrivare a tanto. Sembra non esserci più la legge dell' “occhio per occhio, dente per dente”.
Quello che emerge più di tutto è il fatto che oggi la causa-effetto è totalmente sproporzionata. Si arriva a prendere a calci o pugni un docente per una nota, ad accoltellare perché ti hanno lasciato un debito.
La psicologia complessa del 14enne di Roma
Dietro l’aggressione alla professoressa Marsilio c’è un adolescente del quale emergono segnali di disagio e comportamenti cambiati nel tempo.
Le testimonianze raccolte dai giornalisti in questi giorni restituiscono l'immagine di un ragazzo non facilmente riconducibile allo stereotipo del “ragazzo problematico” fin dall'infanzia.
I compagni lo descrivono come tranquillo, simpatico e sportivo, con esperienze nella boxe, nel karate e nel nuoto.
Allo stesso tempo però, nell'ultimo periodo sarebbero emersi problemi a scuola, numerose note, atteggiamenti conflittuali e scatti d'ira che, secondo quanto riferito, non appartenevano al suo comportamento abituale.
È forse questo uno degli aspetti più inquietanti della vicenda: non sembra esserci soltanto un gesto improvviso, completamente scollegato da ciò che era accaduto prima.
Il suo profilo online, successivamente chiuso, avrebbe inoltre mostrato un interesse per contenuti violenti.
Ed è proprio qui che il racconto dovrebbe fermarsi prima di trasformarsi in una diagnosi improvvisata.
Perché un adolescente che commette un atto violentissimo non coincide automaticamente con una personalità violenta.
Capire ciò che è accaduto significa ricostruire una storia, non appiccicare un'etichetta.
Gela: quando il bersaglio diventa la scuola
La vicenda di Gela aggiunge un altro elemento ancora più difficile da comprendere.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e riportato dalla stampa, i ragazzini avrebbero approfittato della conoscenza degli ambienti scolastici per appiccare il rogo.
Ma quello che non è chiaro è il movente.
Noia, gioco, sfida, ricerca di emozioni forti? Per ora sono soltanto ipotesi, ma che comunque non possono essere trasformate in una spiegazione senza un riscontro psicologico.
C'è poi un particolare che rende la vicenda ancora più difficile da incasellare: i bambini individuati non sembrerebbero provenire da situazioni di particolare disagio economico o familiare, ma da famiglie di ceto medio o medio-alto.
E questo dovrebbe mettere in guardia da una spiegazione troppo semplice. La violenza e il vandalismo giovanile non hanno necessariamente un solo volto sociale.
Comprendere non significa giustificare
Qui dovrebbe cominciare la vera discussione.
Per anni abbiamo oscillato tra due errori opposti: da una parte il “sono soltanto ragazzi”, dall'altra il desiderio di trasformare ogni adolescente violento in un caso umano da spiegare attraverso una diagnosi.
Servono entrambe le cose che spesso dimentichiamo: comprensione e responsabilità.
Un ragazzo deve poter dire di essere arrabbiato. Deve poter contestare un voto. Deve poter vivere una bocciatura, un rimprovero, un conflitto con un insegnante, una sconfitta sportiva o un rifiuto senza sentirsi distrutto.
Ma deve anche imparare che esiste un confine che non si oltrepassa.
E quel confine non può essere negoziabile.
Famiglia, scuola e società hanno certamente responsabilità educative.
L'esperto psicologo Paolo Crepet insiste da tempo sull'autorevolezza degli adulti. Ma riconoscere le responsabilità degli adulti non significa deresponsabilizzare i giovani.
La fragilità non è una colpa. La rabbia non è una colpa. Il disagio non è una colpa. La violenza, invece, resta un comportamento che deve essere fermato, compreso e affrontato.










