
Dopo i recenti fatti di cronaca avvenuti nelle scuole del nostro Paese il tema dei social vietati ai minori è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico, con il Ministro Valditara che ha ribadito che la correlazione tra questi episodi e il virtuale c'è e Instagram, Facebook, Telegram, Tik Tok e co. vanno vietati ai minori di 15 anni.
Anche i Europa sono su questa linea. In particolare nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta dell’EU Kids Act: niente social per i minori di 13 anni e niente account personali per chi ha meno di 15 anni.
L’idea è procedere con un approccio graduale, prevedendo per i ragazzi tra i 13 e i 15 anni soltanto "mini-account" creati e supervisionati dai genitori, con funzioni limitate e restrizioni sul tempo di utilizzo.
I ragazzi non vogliono quello che gli adulti hanno lasciato fare
Ma cosa ne pensano i ragazzi di questa restrizione?
A dircelo è l’indagine realizzata da Skuola.net con gli psicologi e psicoterapeuti dell’Associazione Nazionale Di.Te., su circa 2.500 ragazzi tra i 10 e i 24 anni, racconta un dato che dovrebbe far riflettere.
E la cosa piacevole che si nota è che di fronte all’ipotesi di vietare lo smartphone fino ai 14 anni e i social fino ai 16, il 47% si dichiara favorevole.
Non è però tra i più piccoli che si registra il consenso maggiore. Al contrario, sono i ragazzi più grandi, quelli che hanno vissuto direttamente gli anni dell’accesso praticamente illimitato a smartphone e piattaforme, a chiedere con più convinzione una stretta.
Tra i 19-24enni i favorevoli arrivano al 49%, mentre appena il 18% è totalmente contrario.
È un paradosso soltanto apparente. Chi è cresciuto dentro il laboratorio permanente dei social sembra aver capito prima degli adulti che uno smartphone consegnato troppo presto a un adolescente non è necessariamente uno strumento di libertà.
Il problema non è soltanto il telefono: è ciò che c’è dentro
Domanda apparentemente semplice: cosa accadrebbe se i social scomparissero domani?
Il 10,9% degli intervistati risponde che si sentirebbe decisamente meglio.
Più di un giovane su dieci, dunque, sembra vivere il rapporto con le piattaforme non come una semplice forma di svago, ma come qualcosa da cui avrebbe bisogno di liberarsi.
È il lato oscuro della connessione permanente: essere sempre online non significa necessariamente sentirsi meno soli.
Il "patentino digitale" può essere più importante del divieto
E qui arriva la seconda questione, forse ancora più importante. Vietare non basta.
I ragazzi sembrano chiedere anche gli strumenti per capire ciò che stanno utilizzando. Da tempo pedagogisti ed esperti propongono un "patentino digitale", una sorta di percorso obbligatorio prima di ricevere il primo dispositivo, per imparare a riconoscere rischi, meccanismi e conseguenze della vita online.
Anche in questo caso i numeri parlano chiaro: il 49% degli intervistati è favorevole all'introduzione del patentino. Tra i 19 e i 24 anni il consenso sale addirittura al 66%.
È una richiesta che rovescia la prospettiva: non soltanto "toglieteci qualcosa", ma soprattutto "insegnateci a usarla".











