
C’è un’immagine che più di altre racconta il fallimento del sistema italiano: qui si studia, ci si laurea, ci si forma. E poi si parte. Non per turismo, ma perché altrove un giovane qualificato vale di più.
I numeri del Rapporto AlmaLaurea 2026 sono impietosi. Tra i laureati del 2024, 7.800 hanno lasciato l’Italia già entro un anno dal titolo.
E dietro questa fuga c’è soprattutto una parola: stipendio.
Chi lavora all’estero guadagna in media 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 di chi resta. Dopo cinque anni, il vantaggio arriva a quasi il 60%.
Di fronte a questa differenza, parlare di “fuga dei cervelli” quasi sembra riduttivo. Non sono i giovani a tradire l’Italia: è l’Italia che spesso non offre loro una ragione sufficiente per restare.
Il rientro? Per molti è soltanto un’ipotesi
Il dato più preoccupante è forse un altro: il 68,5% dei laureati italiani che lavorano all’estero considera poco o per nulla probabile tornare entro cinque anni.
E perché dovrebbe farlo? Quasi il 30% è partito proprio per la mancanza di opportunità adeguate, mentre un’altra quota simile ha accettato un’offerta estera più interessante.
A questi si aggiunge chi fugge dalla cronica scarsità di risorse per la ricerca.
Insomma, l’estero non è più necessariamente una parentesi della vita professionale: per molti diventa la destinazione definitiva.
L'identikit di chi parte
La fuga non riguarda tutti allo stesso modo. All’estero finiscono soprattutto i laureati con risultati accademici migliori e quelli che hanno avuto esperienze internazionali durante l'università.
A cinque anni dal titolo lavora fuori dall'Italia il 13% di chi ha svolto un periodo di studio all’estero, contro appena il 2,8% di chi non lo ha fatto.
In cima alla classifica delle lauree più “esportate” ci sono Informatica e ICT (13%), area scientifica (10,3%) e Ingegneria industriale (9%).
Conta molto anche la provenienza geografica: vanno via soprattutto i laureati del Nord (6,1%) anziché quelli del Sud (2,1%):
Chi ha una famiglia con genitori laureati (5,6% degli italiani e 42,6% degli stranieri) ha più propensione rispetto a chi proviene da contesti meno scolarizzati.
Il paradosso italiano
E qui arriva la parte più amara. Mentre i nostri laureati fanno le valigie, l’Italia riesce a trattenere una buona parte dei talenti stranieri formati nelle sue università: il 56,2% resta a lavorare nel Paese a cinque anni dalla laurea.
Un paradosso che dovrebbe far riflettere: siamo abbastanza bravi da formare talenti, ma non abbastanza attrattivi da trattenerli.
E finché un laureato italiano troverà oltreconfine stipendi migliori, maggiore velocità di inserimento e prospettive professionali più solide, continuare a parlare di “ritorno dei cervelli” senza cambiare le condizioni di partenza resterà soltanto retorica.
L’Italia continuerà a pagare per formarli. Gli altri continueranno a raccoglierne i frutti.











