
Continuano ad emergere riflessioni inquietanti nella spiacevole vicenda che si è verificata una settimana fa nei pressi dell'Ipanema di Taormina.
Noi di Sud life abbiamo dedicato finora due articoli alla vicenda (ma forse potremmo chiamarla “tentata strage”) .
In entrambi avevamo messo in evidenza degli aspetti da approfondire.
Si, perché questo episodio, sebbene per fortuna non si possa definire di cronaca nera e non ci sia da parlare di vittime, ha aperto un vaso dove esce fuori di tutto.
I problemi della movida notturna: le forze dell'ordine che non ci sono
Il primo tema è quello della sicurezza nelle aree vicino le discoteche: è chiaro che se si verifica un litigio all'interno del locale, nella maggior parte dei casi il regolamento dei conti avviene all'esterno.
E qui si arriva subito al nodo della questione: la mancanza di forze dell'ordine nel territorio.
Come fa un sindaco a far presidiare le discoteche nelle ore notturne da polizia o carabinieri se non ci sono le risorse?
L'estate è appena iniziata, così come le serate. Senza pattugliamenti il rischio di episodi del genere è sempre dietro l'angolo.
Circola troppo alcool nelle discoteche
E qui si arriva subito al secondo tema: perché spesso i giovani litigano in discoteca?
Forse perché circola troppo alcool e troppe sostanze che alterno le percezioni e possono far aumentare l'impulsività e l'aggressività?
Certamente se durante una serata un giovane può bere illimitatamente tutti i cocktail che vuole (basta pagare e l'esercente è contento) il rischio di trovarsi in una status di alterazione alle 3 di notte è più che probabile.
L'omertà dei giovani
Poi veniamo al terzo tema, quello che più finora ci aveva inquietato più degli altri: dopo l'episodio in questione, nessun ragazzo ha denunciato.
La denuncia l'ha fatta il sindaco di Taormina Cateno De Luca e le immagini sono state messe in rete da lui (dopo che le aveva ricevute da un genitore).
Questo è segno che l'omertà e il menefreghismo si stanno diffondendo tra i ragazzi. E nulla di tutto ciò è buono.
La versione degli arrestati
Oggi però analizziamo il quarto tema della vicenda: perché quei due giovani lo hanno fatto?
A questa domanda non si è potuto finora rispondere perché nessuno conosceva la loro identità e aveva letto cosa avessero dichiarato una volta fermati.
Ebbene, da qualche giorno invece le loro dichiarazioni sono state rese pubbliche.
I due che erano a bordo dell'auto pirata sono Manuel Abate e Vincenzo Patera, rispettivamente di 25 e 24 anni.
E durante l'interrogatorio, nello spiegare il perché del loro gesto, hanno dato una motivazione sconcertante: erano stati aggrediti poco prima.
Una circostanza che, se confermata, merita certamente di essere accertata e valutata. Ma ciò che lascia sgomenti è il ragionamento che sembra emergere dalla loro ricostruzione: l'idea che una presunta aggressione possa giustificare una reazione ancora più pericolosa.
La pericolosa cultura della vendetta
Secondo la loro versione, la corsa dell'auto sarebbe servita soltanto a spaventare il gruppo.
Come se trasformare una vettura in uno strumento di intimidazione fosse una risposta accettabile. Come se puntare un'auto contro delle persone fosse un modo legittimo per regolare un conto dopo un torto subito.
È una logica che preoccupa perché racconta una mentalità sempre più diffusa: quella secondo cui alla violenza si possa rispondere con un livello superiore di violenza.
Una sorta di giustizia fai-da-te che non risolve il conflitto, ma lo esaspera fino a renderlo incontrollabile.
Una generazione che fatica a gestire il conflitto
Sempre più spesso episodi come questo mostrano una difficoltà crescente, da parte di alcuni giovani, nell'accettare il confronto, la frustrazione o persino un litigio senza arrivare allo scontro fisico.
Si è diffusa l'idea che ogni affronto debba essere immediatamente restituito, possibilmente con una risposta più forte.
È una spirale pericolosa nella quale il ruolo di vittima e quello di aggressore finiscono per confondersi. E nella quale la vendetta viene scambiata per giustizia.
Il mancato senza della proporzione
Le indagini chiariranno responsabilità e dinamica dei fatti. Ma sul piano sociale e culturale resta una riflessione inevitabile. Ciò che inquieta non è soltanto il gesto in sé, ma la possibilità che qualcuno possa considerarlo una reazione comprensibile.
Quando si arriva a pensare che sia normale o giustificabile intimidire delle persone lanciando un'auto contro di loro, significa aver perso completamente il senso della proporzione, il rispetto per la vita umana e la capacità di distinguere tra difesa e aggressione.
Ed è forse questo il segnale più allarmante emerso dalla notte di Taormina.











