
Quante volte mentre fa i compiti assegnati dai docenti un ragazzo si chiede “A cosa mi serve per la mia vita quello che sto facendo”?
E quante volte entrando nel mondo del lavoro ha scoperto che molte cose che ha fatto a scuola non le sta applicando quotidianamente?
Ecco che, forse anche a causa di queste riflessioni, in Italia abbiamo una situazione di stallo tra i giovani e il loro percorso formativo… e forse qualche politico dovrebbe accorgersene.
I numeri di una generazione che si ferma prima
Ma per fare un’analisi corretta dobbiamo prima vedere i numeri. E li vediamo osservando i dati dell’ISTAT, che ha recentemente realizzato l’indagine “Giovani nel mercato del lavoro”, in cui si ha un quadro dei ragazzi sospesi tra l’investimento nella formazione e il bisogno di trovare un posto nel mondo del lavoro, senza la certezza che l’uno conduca davvero all’altro.
Il report ci dice che i giovani italiani tra i 20 e i 34 anni sono poco più di 9 milioni. Di questi, solo 1 su 4 ha completato un percorso di istruzione terziaria: il 25,1%, oltre undici punti sotto la media europea. Il 57,5% si ferma al diploma di scuola superiore e tra loro, quasi tre su dieci stanno ancora studiando.
Gli altri, in molti casi, hanno scelto di fermarsi. E il motivo principale non è il disinteresse verso l’istruzione, ma la necessità (o il desiderio) di iniziare a lavorare.
Lo dichiara il 69,4% dei ragazzi e il 57,9% delle ragazze. Tra queste ultime, però, entrano in gioco più spesso anche motivazioni personali e familiari, che continuano a influenzare il rapporto con lo studio.
Colpisce soprattutto il dato di chi all’università ci prova e poi rinuncia. Un diplomato su quattro interrompe un percorso terziario per entrare nel mercato del lavoro.
Formalmente l’Italia è in linea con il resto d’Europa, ma il dato racconta qualcosa di più profondo: per molti giovani il tempo dedicato alla formazione viene percepito come un investimento che fatica a garantire un ritorno concreto.
Il lavoro arriva, ma più tardi che nel resto d’Europa
Quando il percorso di studi si conclude, il tasso di occupazione sale al 70,2%. Eppure il confronto con l’Europa resta difficile. I diplomati italiani lavorano meno dei loro coetanei europei di 9 punti percentuali; tra i laureati il distacco è di quasi 6 punti.
Il dato migliora con il tempo, ma il messaggio che arriva ai giovani è chiaro: entrare nel lavoro in Italia richiede più attesa.
Lo scrive anche l’Istat: il passaggio dalla scuola o dall’università al mercato occupazionale appare più lento rispetto alla media europea.
E in questa lentezza si inserisce una sensazione che molti giovani conoscono bene: aver studiato più di quanto il lavoro richieda.
“Ho studiato troppo per fare questo lavoro”
La cosiddetta sovraistruzione riguarda il 33% dei diplomati e quasi un laureato su quattro. Numeri superiori alla media europea.
Dietro queste percentuali c’è una domanda implicita che molti ragazzi sembrano porsi: a cosa serve studiare di più se poi il lavoro non valorizza ciò che si è imparato?
Questa percezione cresce soprattutto nelle condizioni lavorative più precarie. Tra chi lavora con collaborazioni o incarichi occasionali, quasi metà dei diplomati e oltre 4 laureati su 10 si sentono sovraqualificati.
Le percentuali diminuiscono con l’aumentare della stabilità contrattuale, come se il riconoscimento delle competenze arrivasse insieme alla sicurezza del lavoro.
Anche il settore in cui si lavora cambia radicalmente il rapporto tra titolo e occupazione. Nei comparti a più bassa qualificazione, come agricoltura o ristorazione, il senso di aver studiato “troppo” raggiunge livelli molto elevati.
Al contrario, nei settori dell’istruzione, della sanità e dei servizi sociali il percorso formativo appare molto più coerente con il lavoro svolto.
Dove nasci, dove vivi e chi sei cambia ancora le opportunità
Restano poi profonde le differenze territoriali. Nel Nord lavora oltre l’81% dei giovani che hanno terminato gli studi; nel Mezzogiorno poco più della metà.
Anche tra i laureati il divario è netto. Una geografia delle opportunità che continua a condizionare aspettative e possibilità.
Il genere continua a segnare percorsi diversi. Tra chi ha livelli di istruzione più bassi, il tasso di occupazione maschile supera quello femminile di 34 punti.
Tra i laureati il divario si riduce drasticamente. È uno dei pochi segnali che suggeriscono come l’istruzione possa ancora funzionare come leva di riequilibrio.
Anche il luogo di nascita racconta storie differenti. I giovani uomini nati all’estero lavorano più dei coetanei italiani.
Tra le donne accade l’opposto, con uno scarto molto marcato. E tra i laureati stranieri cresce anche la sensazione di non vedere riconosciuto il proprio percorso.
Il problema non è solo il titolo: è sentirsi riconosciuti
L’indagine guarda infine oltre il titolo di studio e chiede ai giovani se sentano adeguate le proprie competenze complessive – quelle costruite con esperienze, corsi e apprendimento autonomo.
Qui emerge un dato interessante: tra chi si considera sovraistruito, uno su quattro ritiene comunque che il proprio lavoro sia coerente con ciò che sa fare davvero.
Come se il problema non fosse soltanto il titolo, ma il modo in cui il lavoro riesce o non riesce a riconoscere il valore reale delle persone.
E quando si chiede quanto ciò che hanno studiato sia utile nel lavoro quotidiano, le risposte diventano ancora più eloquenti: solo il 31,2% dei diplomati italiani considera il proprio percorso scolastico davvero attinente all’occupazione svolta, molto meno rispetto alla media europea. Tra i laureati il giudizio migliora, ma resta sotto i livelli dell’Unione.
Più che una generazione che studia poco, sembra emergere il ritratto di ragazzi che faticano a vedere un collegamento chiaro tra ciò che imparano e il posto che riusciranno a occupare nel mondo del lavoro.











