Che ne faremo dei nostri ragazzi?
È una domanda che suona semplice solo in apparenza. In realtà contiene dentro di sé il destino di un’intera città.
Ed è proprio da questo interrogativo che prende forma un dossier sulla povertà educativa a Catania firmato da Antonio Fisichella, da anni impegnato sui temi delle politiche pubbliche, della criminalità organizzata, dello sviluppo dei territori e dei diritti dell’infanzia.
Fisichella ha diretto l’Agenzia per i beni confiscati promossa da Libera e ha maturato una lunga esperienza nella comunicazione istituzionale.
Oggi è presidente dell’associazione “Memoria e Futuro” e coordina “Prima i Bambini”, il comitato contro la dispersione scolastica e la devianza minorile.
Nel corso degli anni ha dedicato studi, pubblicazioni e attività di ricerca all’uso sociale dei beni confiscati, ai rapporti tra mafie, economia e politica, ai processi di deindustrializzazione e alle fragilità educative e sociali che attraversano il Mezzogiorno.
Noi lo abbiamo incontrato e ci ha concesso un'intervista per parlare del tuo report.
Una povertà educativa strutturale
Il report nasce proprio da quel percorso di analisi e impegno civile, e dalla convinzione che la povertà educativa rappresenti oggi una delle più gravi emergenze democratiche del Paese.
Perché a Catania la povertà educativa non è un fenomeno marginale, né un tema confinato al dibattito specialistico. È una condizione strutturale che accompagna migliaia di bambini e adolescenti fin dall’infanzia, limitandone le possibilità, condizionandone le scelte e restringendo il futuro dell’intera comunità.
I numeri raccontano una realtà che non può essere rimossa. Catania registra la più alta percentuale di famiglie a bassa intensità lavorativa tra i capoluoghi metropolitani italiani: il 60,6%.
È inoltre la città con la quota più elevata di nuclei con figli in potenziale disagio economico. Dentro questa fragilità diffusa, la povertà educativa si radica e si riproduce, colpendo soprattutto i più giovani.
Nei quartieri storici più degradati e nelle periferie cresciute senza visione urbanistica e sociale, la devianza minorile continua a seguire le stesse traiettorie della criminalità mafiosa. Mancano servizi, spazi educativi, opportunità culturali.
E il risultato è evidente: pur avendo una popolazione inferiore rispetto ad altre grandi città italiane, Catania presenta un numero di minori coinvolti nel circuito penale comparabile a quello delle principali aree metropolitane del Paese.
Il ruolo della scuola
La scuola, che dovrebbe rappresentare il primo argine alle disuguaglianze, si trova spesso a operare in condizioni di forte difficoltà.
Gli asili nido costituiscono il punto più critico: in città li frequenta appena tra il 5% e il 9% dei bambini tra 0 e 3 anni, contro una media nazionale del 16,8% e percentuali superiori al 40% in città come Firenze.
Eppure è proprio l’accesso precoce all’educazione uno degli strumenti più efficaci per contrastare le disuguaglianze sociali.
A Catania, invece, resta un’opportunità riservata a pochi.
La situazione non migliora nella scuola primaria. Il tempo pieno continua a essere un’eccezione: riguarda soltanto il 13,1% degli alunni, contro una media nazionale del 42,7%.
In un territorio povero di occasioni educative extrascolastiche, ridurre il tempo scuola significa amplificare il divario sociale e culturale.
Le conseguenze emergono con forza nei dati sulla dispersione scolastica. Catania presenta il più alto tasso di abbandono precoce tra i capoluoghi metropolitani italiani: quasi un giovane su quattro lascia gli studi senza conseguire un diploma.
Ma ancora più preoccupante è la cosiddetta dispersione implicita: oltre la metà degli studenti di terza media non raggiunge competenze adeguate in italiano e più del 60% non le raggiunge in matematica.
Numeri che descrivono una crisi profonda non solo del sistema educativo, ma delle opportunità stesse di cittadinanza.
I NEET e la fuga dei giovani
È dentro questa frattura che cresce anche il fenomeno dei NEET: il 35,4% dei giovani catanesi non studia, non lavora e non è inserito in percorsi formativi. Il dato più alto tra le città metropolitane italiane.
E mentre il numero di diplomati e laureati rimane tra i più bassi del Paese, molti dei giovani più preparati sono costretti a lasciare la città, alimentando una continua emorragia di competenze e capitale umano.
Ma Che ne faremo dei nostri ragazzi non è soltanto un dossier di denuncia. È soprattutto una proposta politica e culturale.
Il punto centrale del report è chiaro: l’educazione deve tornare a essere considerata una grande infrastruttura pubblica, decisiva per la coesione sociale, lo sviluppo e la democrazia.
Le proposte indicate dal report sono precise: estendere asili nido e tempo pieno almeno al 30% dei bambini catanesi; trasformare gli hub cittadini in veri poli educativi territoriali; rendere i Patti Educativi di Comunità strumenti ordinari di governo locale; rafforzare il ruolo dell’Osservatorio prefettizio sulla devianza minorile; utilizzare strumenti di monitoraggio come la piattaforma ICARO e la mappa delle fragilità socio-educative per indirizzare le politiche pubbliche verso i quartieri più vulnerabili.
Il cuore del dossier, però, sta forse in un’altra idea: una città non si salva investendo soltanto in opere e infrastrutture materiali. Si salva quando decide di investire nei suoi bambini, nei suoi adolescenti, nella possibilità concreta di offrire a ogni ragazzo gli strumenti per costruire liberamente il proprio futuro.
È questo il senso più profondo della domanda posta dal titolo.
E dalla risposta che Catania saprà dare dipenderà una parte decisiva del suo futuro.












