
Risposte concrete, maggiori investimenti e una scelta politica chiara: rendere possibile restare in Sicilia senza essere costretti a partire per costruirsi un futuro. Sono queste le richieste dei ragazzi emerse ieri ai Cantieri culturali alla Zisa, durante la presentazione del “Manifesto delle giovani e dei giovani siciliani”, promosso dal Forum dei giovani per il diritto a restare.
Al centro dell’iniziativa non c’era soltanto la denuncia dell’emigrazione giovanile, ma soprattutto una piattaforma di richieste precise rivolte al governo regionale.
La più forte riguarda l’utilizzo delle risorse pubbliche: il Forum ha chiesto che una parte consistente dell’avanzo di bilancio accumulato dalla Regione dal 2022 a oggi, e che sarà disponibile dopo la parifica della Corte dei Conti, venga investita direttamente nelle politiche giovanili. Non interventi simbolici o misure temporanee, ma un piano strutturale capace di creare opportunità reali.
La richiesta nasce da una constatazione semplice quanto drammatica: ogni anno oltre 20 mila ragazze e ragazzi lasciano la Sicilia perché nell’isola non trovano condizioni adeguate per studiare, lavorare e costruire un progetto di vita stabile. Per questo i giovani del Forum hanno chiesto interventi che vadano ben oltre gli incentivi episodici all’occupazione.
La priorità, spiegano, è garantire il diritto allo studio, servizi efficienti — a partire da trasporti e sanità — e soprattutto lavoro di qualità, stabile e dignitosamente retribuito.
Dietro il concetto di “restanza”, rilanciato ieri dalle 17 associazioni giovanili e studentesche che compongono il Forum insieme a Cgil e Anci Sicilia, non c’è una semplice rivendicazione identitaria. C’è l’idea che restare nella propria terra debba essere una possibilità concreta e non una scelta di sacrificio. Per molti giovani siciliani, infatti, partire continua a rappresentare l’unica alternativa possibile a precarietà, bassi salari e assenza di prospettive.
Anthony Graziano, dell’associazione “Nun si parti”, ha ricordato come fino a pochi anni fa questi temi fossero affrontati soltanto da poche realtà giovanili isolate.
Oggi, invece, il tema dell’emigrazione e dello spopolamento è diventato centrale nel dibattito pubblico regionale. Ma, secondo i promotori del Manifesto, questo non basta più: il confronto deve tradursi in azione politica concreta.
Le richieste avanzate ieri riguardano anche il ruolo della pubblica amministrazione. La Cgil Sicilia, attraverso il segretario generale Alfio Mannino, ha proposto un piano straordinario di assunzioni nel settore pubblico, considerato uno strumento utile non solo a rafforzare i servizi ma anche a trattenere nell’isola giovani qualificati e nuove professionalità. Per il sindacato, le politiche adottate finora non hanno prodotto cambiamenti significativi e continuano a mancare interventi strutturali capaci di invertire davvero la tendenza.
Di fronte a queste richieste, l’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino ha difeso le misure adottate dal governo Schifani, rivendicando gli incentivi alle assunzioni e gli strumenti pensati per attrarre capitale umano.
Ha ricordato che, dopo la parifica della Corte dei Conti, si libereranno circa 7 miliardi di euro, anche se solo una parte sarà immediatamente disponibile per il bilancio 2025.
Ma il punto posto dai giovani resta politico prima ancora che finanziario: come verranno utilizzate quelle risorse? E soprattutto, saranno davvero impiegate per costruire opportunità durature per le nuove generazioni?
Anche il presidente di Anci Sicilia, Paolo Amenta, ha riconosciuto la gravità dell’emergenza, ricordando che ogni anno circa 40 mila persone lasciano l’isola e che la metà sono giovani. Da qui la necessità, sottolineata durante il confronto di ieri, di coordinare meglio gli interventi sui territori e costruire un’alleanza ampia attorno alle politiche giovanili.
Il punto, però, è che i giovani siciliani non chiedono più promesse generiche. Chiedono di essere considerati una priorità politica. Chiedono che le risorse pubbliche vengano utilizzate per creare lavoro stabile, migliorare i servizi, rafforzare università e formazione, modernizzare la pubblica amministrazione. In altre parole, chiedono le condizioni minime per poter scegliere liberamente se restare.
Ed è forse proprio questa la novità emersa ieri ai Cantieri culturali alla Zisa: una generazione che non vuole più limitarsi a raccontare la propria fuga, ma pretende finalmente il diritto di avere un futuro nella propria terra.











