
Spendere è facile, tenere i conti in ordine molto meno. La Gen Z italiana (ovvero quella composta dai ragazzi nati tra la la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila) si muove dentro un equilibrio sempre più fragile: da una parte consumi rapidi, modelli di vita iper-esposti e pagamenti digitali immediati. Dall’altra stipendi bassi, precarietà e una crescente difficoltà nel sostenere le spese quotidiane.
Il risultato è una generazione che compra più delle altre, ma che spesso fatica a costruire una reale stabilità economica.
A fotografare questa realtà è il rapporto dell’European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, società svedese specializzata nella gestione del credito.
Il quadro che emerge è quello di giovani sempre più vulnerabili sul piano finanziario, spesso costretti a fare affidamento sulla famiglia quando il bilancio personale va in crisi.
Il segnale più evidente arriva dalle spese essenziali. Quasi un giovane su due dichiara di avere difficoltà nel pagare puntualmente bollette e utenze, soprattutto per mancanza di liquidità immediata. Non si tratta di episodi occasionali, ma di una condizione ormai diffusa tra chi entra oggi nel mondo del lavoro con contratti instabili, redditi contenuti e costi della vita in costante aumento. In questo scenario, l’ansia economica diventa una presenza fissa, più marcata rispetto alle generazioni precedenti.
Ma il problema non è soltanto economico. A incidere c’è anche la pressione sociale alimentata dai social network, dove il benessere appare continuo, ostentato e spesso irraggiungibile. Il 71% dei giovani riconosce che online vengono mostrati stili di vita poco realistici, eppure quasi la metà ammette di sentirsi spinta a inseguirli. Ancora più significativo è il dato di chi si è indebitato pur di mantenere un’immagine coerente con quella vista sui social. È il segno di un consumo sempre meno legato ai bisogni reali e sempre più guidato dalla necessità di appartenenza e riconoscimento.
In questo contesto crescono anche le spese non necessarie: abbonamenti a piattaforme streaming, gaming, fitness o servizi di delivery che sembrano irrilevanti presi singolarmente, ma che nel tempo finiscono per incidere pesantemente sul bilancio mensile. Il rischio è proprio nella loro automaticità: il denaro esce senza che venga realmente percepito, trasformando piccole cifre ricorrenti in un debito silenzioso.
A rendere tutto ancora più semplice (e più pericoloso) ci pensano gli strumenti digitali di pagamento. Carte revolving e formule “compra ora, paga dopo” hanno reso il credito immediato, quasi invisibile. Le spese vengono frammentate in micro-rate che sembrano leggere, ma che sommate possono diventare difficili da sostenere. Il confine tra consumo e indebitamento si assottiglia, fino a sparire. E così sempre più giovani finiscono per chiedere prestiti non per grandi acquisti, ma per coprire le spese ordinarie della vita quotidiana.











