
La necessità di mentire per reggere il peso delle aspettative. Dalla scuola all’università, cresce una generazione che impara presto a nascondere le difficoltà invece che affrontarle.
Non un dettaglio marginale, ma un segnale profondo del rapporto sempre più distorto che molti giovani hanno con il proprio percorso formativo.
A dirlo è il recente rapporto HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), uno studio internazionale promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e curato in Italia dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha preso in considerazione un campione di oltre 89.000 giovani tra gli 11 e i 17 anni.
E i dati evidenziano che oltre la metà degli adolescenti tra i 15 e i 17 anni non va a scuola volentieri, perché vive l’esperienza scolastica con disagio. A ciò si aggiunge che l’80% si dichiara sopraffatto da compiti, verifiche e interrogazioni.
Ma ci sono differenze: gli alunni delle medie si trovano maggiormente a loro agio in classe, con i professori e i compagni (lo dicono il 50-60%).
Ma alle superiori questo dato crolla e complice probabilmente anche un cambiamento fisico e psicologico la voglia di andare a scuola diminuisce.
Proseguendo all’università le cose non migliorano.
Se le scuole superiori logorano, l’università può trasformarsi in un’esperienza di isolamento ancora più profondo. In particolare si amplifica quella che viene chiamata “sindrome dell’impostore”: si tratta del groviglio di menzogne in cui finiscono intrappolati gli studenti in ritardo o in difficoltà.
A delineare i meccanismi di questa spirale è una recente indagine di Skuola.net, realizzata su un campione di 1.100 universitari. I risultati mettono in luce una situazione che ha i tratti di una vera emergenza: 7 studenti su 10 avvertono la pressione di dover soddisfare aspettative esterne, imposte dalla famiglia, alimentate dal confronto con i coetanei o dai modelli di successo diffusi dai media. E per circa la metà di loro, questo peso diventa una presenza quotidiana, costante, difficile da sostenere. In questo clima, l’errore non è più tollerato come parte del percorso, ma vissuto come una macchia da nascondere.
Ecco che l’indagine ci dice che uno studente universitario su due ammette di aver mentito almeno una volta sul proprio andamento accademico.
C’è chi nasconde un esame non superato, chi finge di essere in pari con gli studi, chi arriva a inventare intere sessioni o addirittura una laurea imminente.
Non è solo una questione di apparenza: è il tentativo di guadagnare tempo, di rimandare il momento del confronto con una realtà percepita come inaccettabile.
Questo fenomeno racconta una solitudine diffusa. Perché dietro ogni bugia c’è spesso l’incapacità — o l’impossibilità — di dire la verità senza sentirsi giudicati. E su questo le istituzioni educative mostrano ancora forti limiti: solo una minoranza degli universitari si sente realmente supportata sul piano del benessere psicologico.
Il punto, allora, non è la menzogna in sé, ma ciò che la rende necessaria. Un sistema che premia esclusivamente la performance e stigmatizza l’errore spinge inevitabilmente a nascondere le difficoltà. In un contesto del genere, fallire non è più un passaggio naturale, ma una colpa da occultare.
Così, invece di chiedere ai giovani di essere sinceri, forse bisognerebbe chiedersi perché non possono permetterselo. Perché quando dire la verità diventa più difficile che mentire, il problema non è individuale: è culturale.










