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Studenti pentiti: quasi la metà dei 18enni cambierebbe la scelta della superiori

2026-04-27 08:00

Valerio Saitta

Apertura, Scuola,

Studenti pentiti: quasi la metà dei 18enni cambierebbe la scelta della superiori

Il nostro Stato impone la scelta a 13 anni ma è troppo presto: un'indagine evidenzia che moltissimi maggiorenni non rifarebbero lo stesso percorso

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“Se potessi tornare indietro non farei la stessa scelta”: è questa la frase che sembra predominare tra i giovani che hanno completato il loro corso di studi. 

 

A evidenziarlo è il portale specializzato Skuola.net, dopo aver analizzato il Rapporto sul Profilo dei Diplomati 2025 targato AlmaDiploma. Ebbene, secondo l’indagine, arrivati al traguardo della Maturità moltissimi ragazzi (quasi la metà) si guardano indietro e si scoprono "pentiti". E quindi, se potessero riavvolgere il nastro, cambierebbero del tutto o almeno in parte il percorso intrapreso cinque anni prima.

E del resto come si ci potrebbe aspettare il contrario visto come funziona il nostro sistema scolastico. In Italia si sa, i ragazzi sono chiamati a scegliere le scuole superiori a soli 13 anni. Un’età in cui per lo Stato si è immuni da qualsiasi procedimento penale, ma che è sufficiente per scegliere cosa vuole fare un giovane della propria vita. Un controsenso che ovviamente porta a delle conseguenze.
Da 13 a 18 anni il ragazzo subisce degli enormi cambiamenti fisici, cambia il proprio modo di pensare e vedere le cose. E andando avanti con gli anni, guarderà indietro ed è probabile che non sia d’accordo con la scelta che ha fatto. Ci siamo passati tutti noi adulti e ci stanno passando anche i ragazzi di oggi.  

Ecco che i numeri delineano un quadro preoccupante sull'efficacia dell'orientamento in uscita dalle medie. A fronte di un 54,7% di studenti che confermerebbe in pieno la propria scelta, c'è un massiccio 44,7% che, se tornasse ai tempi dell'iscrizione, modificherebbe sicuramente qualcosa. Le sfumature di questo pentimento sono diverse: il 12,2% sceglierebbe lo stesso indirizzo ma cambierebbe istituto scolastico, il 9,1% resterebbe nella stessa scuola ma cambierebbe corso di studi.

Ma il dato più rilevante è quello che vede il 23,4% degli intervistati - quasi un quarto dei diplomati - sostenere che, potendo tornare indietro, farebbe addirittura tabula rasa, cambiando sia la scuola sia l'indirizzo. A mostrarsi più critiche e propense al ripensamento sono le studentesse: cambierebbero percorso nel 46,8% dei casi, contro il 42,2% dei compagni maschi.

In questo quadro sembrano fare flop a questo punto i tanti open day e i saloni dello studente organizzati per gli alunni di terza media durante l’anno. Evidentemente qualcosa va rivista.

Il livello di insoddisfazione non è distribuito, però, in modo omogeneo ma varia profondamente a seconda dell’indirizzo scolastico scelto dopo la licenza media.
Il record assoluto spetta agli studenti degli Istituti Professionali, dove la quota dei "pentiti" sfonda il muro della metà del campione, attestandosi al 50,9%. Tra questi, inoltre, il pentimento è così radicato che quasi un terzo (il 31,2%) cambierebbe sia l'indirizzo sia la scuola.
All'estremo opposto, troviamo i diplomati degli Istituti Tecnici, che si rivelano i più "fedeli" e convinti della propria scelta iniziale: la quota di chi vorrebbe cambiare qualcosa si ferma al 43,7%, registrando il tasso di conferma del percorso più alto tra i tre macro-indirizzi (55,6%).
Nel mezzo si posizionano i licei, con un dato medio di insoddisfazione del 44,4%. Questo numero, tuttavia, nasconde al suo interno disparità clamorose. Da un lato c'è il liceo classico, che registra il tasso di soddisfazione più alto e la quota di pentiti più bassa: 37,7%, comunque non poco.
Dall'altro lato, però, spicca il caso, per certi versi sorprendente, del liceo linguistico: qui la quota di chi cambierebbe rotta è altissima e tocca il 54,1%, con ben il 26,5% degli studenti che vorrebbe cambiare sia istituto sia indirizzo.

Ma cosa spinge una ragazza o un ragazzo a rinnegare ben cinque anni di studi? 
La motivazione principale è la scoperta, in corso d’opera, di avere attitudini e inclinazioni diverse rispetto a quando hanno iniziato le superiori: il 33,9% cambierebbe proprio per studiare materie differenti, un'esigenza sentita in particolar modo dai diplomati degli istituti tecnici (37,3%).
Subito dopo, emergono i dubbi sulla qualità della preparazione ricevuta in vista delle sfide future. Il 13,9% degli scontenti avrebbe voluto fare studi che preparassero meglio all'università, mentre il 12,1% avrebbe gradito un percorso che preparasse meglio all’ingresso nel mondo del lavoro.

Un senso di inadeguatezza, questo, che colpisce (di nuovo) soprattutto i diplomati dei professionali, che si sentono meno preparati degli altri sia per fare il salto accademico (22,2%) sia per provare a darsi subito da fare nel mercato del lavoro (15,9%). È interessante notare, poi, anche una netta spaccatura di genere nelle motivazioni: le ragazze si rammaricano in misura maggiore di aver svolto studi che non le hanno preparate a sufficienza per l'università, mentre i ragazzi lamentano soprattutto una scarsa preparazione pratica per il mondo del lavoro.

In questo quadro, non mancano critiche dirette al sistema e alle persone. Circa un diplomato su dieci (il 9,5%) cambierebbe per trovare un'organizzazione scolastica e infrastrutture. Un altro 9,3% lo farebbe per avere docenti più preparati o per instaurare rapporti migliori con il corpo insegnante. Un’insofferenza, quella verso i professori, che si concentra in particolar modo nei licei (10,3%), toccando una punta di criticità del 13,1% tra gli studenti del liceo classico.

 

Eppure, l’analisi si chiude con un apparente paradosso: nonostante quasi un diplomato su due ammetta che cambierebbe percorso, il 57,0% di questo stesso gruppo si dichiara comunque "soddisfatto" del corso di studi appena concluso. 

 

Come si spiega tale approccio?
Secondo i ricercatori di AlmaDiploma, questo avviene perché, quando i ragazzi valutano l'ipotesi di re-iscriversii, lo fanno guardando alle loro attuali prospettive e difficoltà future (università e lavoro), che pesano molto più del semplice ricordo della loro esperienza vissuta in classe, che invece sembra essere buono. Un dato che rafforza l'idea che la scuola non debba solo "insegnare", ma accompagnare attivamente verso ciò che aspetta i neodiplomati fuori dal cancello di scuola.

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