
300mila i giovani che l’hanno scelta: ne apprezzano la flessibilità, la digitalizzazione e il progressivo riconoscimento.
Un tempo l’università telematica era considerata un’università di “serie b”. Denigrata, considerata più facile rispetto ad una tradizionale, che offre un livello scarso di preparazione e non vista di buon occhio dalle aziende. Eppure oggi le cose sembrano essere cambiate e in particolare nel nostro Paese gli atenei online dopo la pandemia hanno avuto una crescita esponenziale, con le iscrizioni che in cinque anni si sono raddoppiate, in controtendenza con le immatricolazioni complessive che invece registrano un calo. In pratica oggi uno studente su cinque sceglie l’università online. Un dato che difficilmente può essere letto come una semplice tendenza passeggera.
Se facciamo un paragone con l’Europa, notiamo che in tutto il continente la quota di studenti coinvolti nella didattica online si colloca tra il 10% e il 20%. In alcuni Stati il fenomeno assume dimensioni particolarmente rilevanti: la Spagna ad esempio è prima in questa classifica, con oltre 338.000 studenti che studia completamente online, pari al 18,5% della popolazione universitaria. L’Italia segue da vicino, con più di 300.000 iscritti alle università telematiche, mentre il Regno Unito si attesta su circa 270.000 studenti. Germania e Francia mostrano numeri simili, seppur inseriti in modelli organizzativi differenti.
Secondo il primo Rapporto sulle università online in Europa realizzato da AteneiOnline, oltre il 90% dei corsi di laurea a distanza nel nostro Paese è erogato da istituzioni non statali. Un dato che segna una distanza evidente rispetto al resto del continente, dove l’online è prevalentemente nelle mani delle università pubbliche, sia in forma autonoma sia integrata nei percorsi tradizionali.
Questa anomalia non è neutrale. Piuttosto, sembra raccontare una difficoltà del sistema pubblico italiano ad adattarsi con tempestività a una domanda crescente di flessibilità. Una domanda che non nasce solo da esigenze logistiche, ma da trasformazioni più profonde: studenti lavoratori, percorsi non lineari, bisogno di formazione continua.
Al di là delle differenze, l’Italia condivide con gli altri Paesi europei alcune traiettorie di fondo: la spinta verso una formazione più flessibile e continua, l’accelerazione alla digitalizzazione e, forse soprattutto, il progressivo riconoscimento dell’equivalenza tra didattica online e in presenza. Non è più solo una questione di accesso, ma di legittimità culturale.
In questo quadro, anche gli indicatori di qualità sembrano allinearsi. I livelli di soddisfazione degli studenti e i tassi di occupazione dei laureati telematici tendono ormai a convergere con quelli dei percorsi tradizionali. Un elemento che contribuisce a ridurre diffidenze ancora diffuse e a consolidare il ruolo dell’online nel sistema universitario.
Parallelamente, cresce anche il peso economico del settore. Il mercato europeo dell’e-learning, stimato in oltre 57 miliardi di dollari, continua la sua espansione e si avvicina ai 62 miliardi previsti per il 2026. A trainarlo sono soprattutto le istituzioni universitarie, che rappresentano quasi la metà del mercato.
Ancora una volta, il Regno Unito si distingue per dimensioni e capacità di attrazione internazionale, con un mercato da circa 10 miliardi di euro. Seguono Germania e Italia, entrambe sopra i 3 miliardi, con prospettive di crescita sostenuta. Più contenuti, invece, i numeri dei Paesi nordici, dove la minore popolazione incide sulla dimensione complessiva del mercato.
Resta, in controluce, una domanda più ampia: se l’università online è ormai una componente stabile e legittimata del sistema educativo, quale sarà il ruolo delle istituzioni pubbliche nei prossimi anni? In Italia, più che altrove, la risposta a questo interrogativo potrebbe ridefinire non solo gli equilibri del settore, ma anche l’idea stessa di accesso all’istruzione superiore.










